Einstein’s Dreams di Alan Lightman è un libro difficile da classificare. È un romanzo, una raccolta di racconti e un esperimento filosofico, ed è tutte queste cose insieme.

Pubblicato nel 1992, è il romanzo d’esordio di Lightman, fisico, scrittore e docente statunitense, noto proprio per il suo lavoro al confine tra cultura scientifica e letteraria. Il libro immagina una serie di sogni che il giovane Albert Einstein avrebbe potuto fare nel 1905, mentre lavorava alla teoria della relatività.
Ogni capitolo è costruito attorno a una diversa legge del tempo, annunciata fin dall’inizio. In uno, il tempo è circolare e gli eventi sono destinati a ripetersi. In un altro scorre più lentamente in certi luoghi, trasformandoli in rifugi per chi vorrebbe sottrarsi all’invecchiamento. Altrove il futuro è già determinato, oppure esiste soltanto il presente.
Lightman prende così un concetto fisico e lo trasforma in esperienza umana, accompagnata da amore, paura, rimpianto, desiderio, perdita. Quello che arriva al lettore è un assaggio del senso della relatività tutt’altro che didattico. La fisica serve infatti all’autore per interrogarsi su ciò che il tempo significa per noi. Ogni universo immaginato funziona come un piccolo esperimento mentale: se il tempo fosse diverso, cambierebbe anche il nostro modo di vivere?
La figura di Einstein rimane marginale. Lui, così come il suo contesto storico, serve soprattutto alla storia per muoversi tra scienza e immaginazione. Questa scelta rende il libro leggero, frammentario e, a tratti, poetico.
Einstein’s Dreams si legge rapidamente, ma lascia la mente al lavoro anche dopo l’ultima pagina. Non è però un libro da leggere tutto d’un fiato. Al contrario, funziona meglio se lo si interrompe, lasciando sedimentare ogni piccolo mondo prima di entrare nel successivo.
