Parliamo continuamente del futuro dell’innovazione.
Lo finanziamo, lo programmiamo, lo mettiamo nei titoli dei progetti, nei piani strategici e nei comunicati stampa. Costruiamo roadmap, missioni, indicatori di impatto e criteri abbastanza complicati da sembrare scientifici anche quando scientifici non sono.
Poi ci dimentichiamo del presente.
Per dimostrare che un sistema è affidabile dobbiamo sottostare a metriche, bollini, procedure e criteri spesso incapaci di misurare ciò che conta davvero. E mentre proclamiamo di voler attrarre talenti, selezioniamo gli scienziati dentro equilibri che con il talento hanno talvolta una relazione piuttosto laterale: appartenenze, compromessi, opportunità, convenienze.
Sempre, naturalmente, in nome del futuro.
Facciamo sacrifici enormi per dare un futuro ai nostri figli. Lavoriamo di più, accettiamo precarietà, rinunciamo al tempo, alla tranquillità, qualche volta perfino alla possibilità di esserci.
Sacrifichiamo il presente della famiglia per garantire alla famiglia un futuro.
E poi costruiamo un sistema dell’innovazione che sembra funzionare ancora meglio con chi figli non ne ha. Perché al ricercatore ideale possiamo chiedere tutto: mobilità continua, disponibilità totale, weekend, sere, trasferimenti, contratti brevi. Ventiquattr’ore su ventiquattro, se necessario.
Sempre per costruire il futuro.
Ecco la contraddizione: il futuro è il valore supremo della nostra società e contemporaneamente consumiamo le condizioni necessarie perché quel futuro esista.
Vogliamo innovazione, ma rendiamo fragile chi innova. Vogliamo giovani brillanti, ma mostriamo loro adulti esausti.
Vogliamo famiglie, ma organizziamo il lavoro come se le famiglie fossero un inconveniente logistico.
Vogliamo il futuro.
Forse dovremmo cominciare a chiederci quanto presente siamo disposti a distruggere per ottenerlo.
