Il dettaglio più sorprendente di Jellyfish Have Eyes (Le meduse hanno gli occhi) è che il titolo non è una metafora.
Alcune meduse hanno davvero gli occhi. E non semplici fotorecettori: nelle cubomeduse esistono strutture visive complesse, con lente e retina, abbastanza sofisticate da aver attirato per anni l’attenzione di Joram Piatigorsky, biologo molecolare e ricercatore del National Eye Institute dei National Institutes of Health statunitensi.
Da quella ricerca reale è nato il romanzo d’esordio di Piatigorsky.
Pubblicato in inglese nel 2014 e, al momento, non disponibile in edizione italiana, Jellyfish Have Eyes racconta la storia di Ricardo Sztein, scienziato affermato che nell’America del 2048 decide di inseguire una domanda apparentemente priva di utilità immediata: che cosa vedono le meduse?
Il problema è che il mondo intorno a lui ha smesso di considerare la curiosità una ragione sufficiente per fare ricerca. I finanziamenti si restringono, alla scienza viene chiesto di produrre risultati utili, possibilmente misurabili e possibilmente subito, e studiare gli occhi delle meduse comincia ad assomigliare pericolosamente a uno spreco di denaro pubblico.
È qui che la distopia di Piatigorsky diventa anche una critica molto riconoscibile al sistema della ricerca. Un sistema in cui il valore di un progetto rischia di coincidere con la sua capacità di promettere risultati, applicazioni e impatto prima ancora che l’esperimento abbia avuto inizio. La curiosità scientifica deve giustificarsi, la ricerca di base deve dimostrare in anticipo a che cosa servirà e perfino l’incertezza, che dovrebbe essere il motore della scoperta, finisce per diventare qualcosa da nascondere dietro obiettivi, indicatori e previsioni.
Dopo una lunga carriera scientifica, Piatigorsky ha trasformato parte della propria esperienza di laboratorio e delle ricerche condotte sulle meduse a Porto Rico in materia narrativa. E forse proprio per questo la satira colpisce: non arriva da fuori, ma da qualcuno che quel sistema lo ha abitato.
La vera domanda del romanzo, allora, non è se valga la pena studiare gli occhi di una medusa.
È chi possa decidere, prima ancora che una scoperta venga fatta, quale conoscenza sarà utile.
La storia della scienza è piena di ricerche nate senza una destinazione pratica precisa e diventate, molto tempo dopo, fondamentali. Jellyfish Have Eyes porta questo conflitto dentro una storia di lutto, ambizione, amicizia e libertà scientifica, senza trasformarlo in una lezione.
Peccato soltanto che, per ora, per leggerlo bisogni farlo in inglese.
