Per decenni abbiamo progettato città sempre più dense, convinti che la concentrazione della popolazione fosse una strada quasi obbligata verso la sostenibilità. Più persone nello stesso spazio significano meno consumo di suolo, infrastrutture più efficienti e, almeno in teoria, minori emissioni di gas serra.
Ma questa visione appartiene forse alla versione 1.0 delle nostre città.
Le città non sono strutture statiche. Sono sistemi complessi che evolvono continuamente insieme alle esigenze di chi le abita. Nuove modalità di lavoro, cambiamenti demografici, servizi distribuiti sul territorio e nuove abitudini di mobilità modificano costantemente il modo in cui gli spazi urbani vengono utilizzati.
Una ricerca recentemente pubblicata su Environmental Research Letters (l’articolo originale qui) ha analizzato oltre dieci milioni di dati di mobilità provenienti da sei grandi aree urbane del mondo: Berlino, Boston, Los Angeles, la Baia di San Francisco, Rio de Janeiro e Bogotá. L’obiettivo era comprendere quali caratteristiche delle città influenzino maggiormente le emissioni associate agli spostamenti quotidiani.
I risultati mettono in discussione una delle convinzioni più radicate dell’urbanistica moderna.
La densità abitativa, da sola, non è un buon predittore delle emissioni da pendolarismo.
Due quartieri possono avere la stessa densità di popolazione e produrre quantità molto diverse di emissioni. La differenza dipende soprattutto dall’accessibilità: dalla distanza che separa le persone dai luoghi in cui lavorano, studiano o accedono ai servizi essenziali.
In altre parole, non conta soltanto quante persone vivono in un quartiere. Conta soprattutto dove si trovano rispetto alle opportunità che utilizzano ogni giorno.
Questa conclusione suggerisce qualcosa che può sembrare ovvio, ma che spesso viene trascurato: le città funzionano più come reti che come insiemi di edifici.
Una città non è semplicemente una somma di case, uffici e strade. È un sistema di relazioni. La sua efficienza dipende dal modo in cui questi elementi sono collegati tra loro.
La metafora biologica è quasi inevitabile. In un organismo vivente non è sufficiente avere tutti gli organi necessari: è fondamentale che siano distribuiti e connessi correttamente. Allo stesso modo, una città può essere densissima e al tempo stesso inefficiente se costringe milioni di persone a lunghi spostamenti quotidiani.
La ricerca suggerisce quindi un cambio di prospettiva. Invece di chiederci quanto debbano crescere le nostre città, forse dovremmo domandarci come organizzare meglio ciò che già esiste.
La sostenibilità urbana potrebbe dipendere meno dall’aggiungere nuovi edifici e più dal ridurre le distanze invisibili che separano le persone dalle opportunità.
Perché il futuro delle città potrebbe non essere una questione di densità.
Potrebbe essere una questione di connessioni.
E le città più sostenibili del futuro potrebbero non essere quelle più densamente popolate, ma quelle più densamente connesse.
