Nel dibattito sulla transizione energetica, l’attenzione si concentra spesso su batterie sempre più performanti o su nuovi materiali “rivoluzionari”. Più raramente ci si chiede quali sostanze facciano davvero funzionare questi dispositivi, e quanto siano tossiche, sicure o sostenibili.
Un recente studio pubblicato su Green Chemistry, guidato da un team di ricercatori dell’Università di Torino in collaborazione con il Politecnico di Torino e Area Science Park (Trieste), propone una soluzione sorprendentemente semplice: batterie basate su cloruro di sodio ( sì, proprio il sale da cucina!) e glicerina, due componenti economici, poco tossici e facilmente reperibili.
Questi due componenti, miscelati secondo uno specifico rapporto, formano un liquido con caratteristiche particolari, definito solvente eutettico profondo (DES), capace di operare in supercapacitori fino a 2.6 V, con buona stabilità e proprietà elettrochimiche competitive rispetto a sistemi più convenzionali.
Ma il valore di questa ricerca non sta solo nella sostenibilità dei materiali utilizzati ma anche nel mostrare che le prestazioni emergono dai dettagli chimici del sistema. Grazie anche all’impiego della luce di sincrotrone, gli autori hanno evidenziato come l’interazione tra sale e glicerolo riorganizzi la struttura del liquido, influenzando direttamente viscosità, conducibilità e stabilità elettrochimica.
Negli ultimi anni, la ricerca su materiali alternativi per lo sviluppo di batterie si è evoluta rapidamente. Approcci come i water-in-salt, cioè elettroliti acquosi altamente concentrati in cui il sale modifica profondamente il comportamento dell’acqua, o i liquidi ionici, sali liquidi a bassa temperatura molto stabili ma costosi e non sempre sostenibili, hanno ampliato le prestazioni, ma spesso a costo di maggiore complessità, tossicità o impatto ambientale.
La sfida oggi è quindi capire come la dinamica molecolare governi le proprietà macroscopiche. Ed è proprio qui che anche sistemi semplici, se ben compresi, possono fare davvero la differenza.
