Nell’editoriale Higher education must bridge the AI gap, pubblicato su Science il 2 aprile 2026 ( l’articolo integrale qui), Marie Lynn Miranda, decima rettrice della University of Illinois Chicago dal luglio 2023, discute con argomentazioni che condivido pienamente, come e dove vada inserito il dibattito sull’intelligenza artificiale. Il punto, sostiene, non è soltanto che l’AI stia trasformando il lavoro e la produzione di conoscenza, ma che questa trasformazione stia correndo più veloce delle nostre capacità educative, istituzionali ed etiche. E soprattutto, che i suoi benefici rischino di distribuirsi in modo profondamente diseguale.
Non parliamo della solita caricatura grottesca, che, francamente, ha stancato, della macchina che ci salverà tutti o che ci sostituirà tutti. Miranda propone invece una domanda molto più concreta: chi avrà davvero gli strumenti per usare questa tecnologia, e chi resterà indietro? La storia delle rivoluzioni tecnologiche, del resto, non racconta solo di crescita e innovazione, ma anche di opportunità concentrate nelle mani di chi disponeva già di competenze, reti e risorse. L’AI, proprio per la sua velocità di diffusione e per la sua portabilità, rischia di rendere tutto questo ancora più rapido.
Per questo l’editoriale insiste sul ruolo dell’istruzione superiore: non come semplice luogo di addestramento tecnico, ma come spazio in cui formare un uso fluente, critico ed etico dell’AI. Non basta saper usare uno strumento; bisogna capire che cosa fa, quali limiti ha, quali bias incorpora, quali asimmetrie può rafforzare.
È un punto che vale la pena tenere al centro anche fuori dall’università. Perché l’intelligenza artificiale non è solo un tema di innovazione, uno strumento imprescindibile per affrontare la complessità ( leggi l’articolo del 27 Marzo) ma è un tema di accesso alla cultura e di cittadinanza. Proprio per questo non può essere lasciata alla logica della semplice adozione entusiasta o del rifiuto istintivo. La vera questione non è se l’AI cambierà il mondo, ma per chi lo cambierà davvero. E resto convinta che, insieme all’AI, sarà comunque la creatività dell’essere umano ad orientare questo cambiamento.
